lunedì 14 maggio 2012

IL PRINCIPATO DI SEBORGA


Il Principato di Seborga si trova nell’entroterra ligure, sulla rinomata Riviera dei Fiori.
Sui monti circostanti una tribù celtica tumulava i propri defunti e sembra che gli eretici Catari ritenessero la zona così sacra da sceglierla, a loro volta, come luogo di sepoltura per i loro sacerdoti: questo spiegherebbe l’origine dell’antico nome di Seborga, Castrum Sepulcri, il sepolcro.
Feudo dei Conti di Ventimiglia fino al 954 il castello fu poi ceduto ai monaci benedettini dell’abbazia di Lérins e nell’anno mille divenne Principato del Sacro Romano Impero con a capo un Principe-Monaco investito dal papa dell’autorità temporale e spirituale.
Nel 1117 Bernardo di Chiaravalle, noto teologo francese e fondatore dell’abbazia di Clairvaux, raggiunse a Seborga due suoi confratelli, i monaci Gondemar e Rossal: si dice che questi fossero giunti qualche anno prima con il compito di salvaguardare un “Grande Segreto”, lo stesso che, nel 1127, durante una solenne cerimonia a cui avrebbe partecipato anche il sacerdote cataro Giovanni de Usson, l’abate Bernardo avrebbe giurato di proteggere con un voto di silenzio.
Da Seborga Bernardo di Chiaravalle espanse l’ordine dei monaci cistercensi, trasformando il piccolo Principato nell’unico Stato Sovrano Cistercense al mondo.
Nel settembre 1118 il Principe-Monaco Edouard, su richiesta di Bernardo, consacrò i primi nove Poveri Compagni d’Armi di Cristo, che costituiranno poi il nucleo originario dell’ordine monastico-militare dei Templari. A novembre dello stesso anno, otto di loro lasciarono il Principato per recarsi a Gerusalemme, mentre il nono, Hugues de Champagne, per ragioni ancora sconosciute, raggiunse i propri compagni sei anni più tardi.
Nel 1127 i cavalieri si ritrovarono a Seborga, dove ad attenderli c’erano Bernardo e frate Gérard de Martigues, il fondatore dell’Ordine Ospedaliero dei Cavalieri di San Giovanni, e in quell’occasione l’abate nominò il primo Gran Maestro templare: Hugues de Payns.
Per il fatto che a Seborga esista questa tradizione possiamo supporre che il Grande Segreto che, per secoli, avrebbe miracolosamente difeso il Castrum da distruzioni, saccheggi e persino catastrofi naturali, possa essere legato alle sensazionali scoperte che sono state attribuite proprio ai primi nove Poveri Cavalieri di Cristo che si recarono in Terrasanta per difendere i pellegrini in visita ai luoghi sacri della Cristianità. Essi avevano avuto il permesso da Baldovino II, re di Gerusalemme, di accamparsi sui resti dell’antico Tempio di Re Salomone (da qui il nome di Templari) e, una volta stabilitovi il loro quartier generale, secondo fonti non ufficiali, avrebbero intrapreso numerosi scavi nelle labirintiche fondamenta alla ricerca di quelle sacre reliquie che si diceva fossero state nascoste dai sacerdoti prima del saccheggio e della distruzione del Tempio da parte dei romani.
Tra le altre ipotesi che sono state formulate per spiegare la natura del segreto seborghino ci sono le bende che avvolsero il corpo di Gesù Cristo, l’autentica Sindone, i chiodi della Croce ed il mitico Santo Graal.
L’Ordine templare tenne, a Seborga, l’ultimo Capitolo generale nel 1611.
Nel 1729, il Principato fu venduto a Vittorio Amedeo II, Principe di Savoia, Piemonte e Re di Sardegna, sebbene la transazione risulti non essere mai stata registrata né pagata: infatti nel 1815, durante il Congresso di Vienna, esso non fu citato come facente parte del Regno di Sardegna.
La sua indipendenza fu riconosciuta fino al 1946. Con la costituzione della Repubblica, infatti, l’antico Principato fu automaticamente considerato parte integrante dello Stato italiano ma nel 1962 i seborghini si ribellarono a Roma, proclamando la loro indipendenza - mai riconosciuta ufficialmente - ed eleggendo, un anno più tardi, il loro principe, Giorgio I.
Il principe Giorgio che, malgrado il titolo altisonante, non vantava nobili origini in quanto prima di divenire regnante faceva il coltivatore di mimose, si trovò nel mezzo di una disputa dinastica, dopo che una certa Yasmine von Hoenstaufen, alias Gelsomina Aprile, di professione giornalista ed archeologa, dichiarandosi discendente di Federico II, di Isabella d’Inghilterra e dello stesso conte di Ventimiglia, erede delle sacre reliquie del Golgota, un tempo conservate a Seborga, titolare del Regno di Sicilia, Italia, Arles e Gerusalemme, rivendicò la sovranità del borgo, definendo Giorgio I «un usurpatore».
Tra le altre dichiarazioni rilasciate da Yasmine von Hoenstaufen - tutte comprovate da documenti “scientificamente attendibili” appartenenti agli Archivi inediti della principessa - ce ne sono alcune concernenti argomenti su cui, negli ultimi anni, sono stati versati, ed in molti casi sprecati, fiumi di inchiostro. La più interessante riguarda senza dubbio la sensazionale scoperta della tomba contenente le spoglie mortali di Gesù Cristo, che la principessa-archeologa avrebbe identificato nell’abbazia benedettina di S. Michele a Saint-Genis de Poully in Provenza. A resuscitare, infatti, non sarebbe stato il corpo fisico del Messia bensì quello spirituale. Questa non è una novità: lo stesso concetto è espresso in alcuni Vangeli apocrifi come quello di Filippo, in cui leggiamo che «La carne ed il sangue non possono ereditare il Regno di Dio», o quello di Giuda Iscariota in cui Gesù ordina al discepolo di sacrificare «... l’uomo entro cui io sono» così da potersi liberare del proprio corpo terreno, considerato un semplice involucro di carne.
Secondo la principessa Yasmine, fu Maria Maddalena, soprannominata la donna scarlatta per via del colore del suo mantello, iniziata e sacerdotessa, a mettere in salvo il corpo del Cristo con l’aiuto di Giacomo il Giusto, fratello di Gesù. Giacomo e la Maddalena, in seguito, si sarebbero sposati in Provenza, dando così origine alla dinastia Merovingia, la sacra progenie del Graal, a cui, guarda caso, apparterrebbe proprio la casata degli Hoenstaufen.
Che Gesù avesse dei fratelli e delle sorelle non è una di quelle invenzioni new age che tanto vanno di moda in questi ultimi anni: ne troviamo infatti notizia sia nel Vangelo di Marco sia in quello di Luca. Giacomo detto il Giusto, diretto successore di Gesù dopo la morte di questi, fu sommo sacerdote della Chiesa di Gerusalemme e, benché il suo operato sia stato in seguito minimizzato in favore di quello di Pietro, fu un personaggio di spicco all’interno della comunità cristiana. I Naasseni, un gruppo gnostico piuttosto popolare nel II secolo, sostenevano addirittura di essere i depositari di un corpus di insegnamenti segreti ricevuti dal “fratello del Signore” attraverso un intermediario femminile, una certa Mariamne (o Mareim o Mariam), sacerdotessa di Gerusalemme di cui, purtroppo, non sappiamo niente: dal nome, però, possiamo dedurre che si trattasse o di Maria, madre di Gesù e Giacomo, o della Maddalena.
È innegabile che Maria Maddalena continui ad infiammare la fantasia di molti ricercatori e scrittori e al di là di delle numerose invenzioni che circolano sul suo conto non è da scartare l’ipotesi che il suo ruolo originale fosse molto diverso da quello di peccatrice pentita e redenta «dalla quale erano usciti sette demoni» (Luca, 8:2) che ci è stato tramandato dalla tradizione.
Maria Maddalena viene ricordata come colei che unse con profumi costosi il Messia (termine ebraico che significa unto) prima e dopo la crocifissione ed è pertanto sempre raffigurata con un vasetto contenente unguenti aromatici. Il gesto dell’unzione era in realtà molto diffuso. Nella tradizione biblica era riservato ai re ed ai sacerdoti mentre per gli gnostici rappresentava, assieme al battesimo, una fase essenziale per la crescita spirituale. Ricorda inoltre un particolare rituale egizio legato alla dea Iside, attraverso il quale ella passava simbolicamente il proprio sapere al Faraone, e riti sumeri e babilonesi, in cui la cerimonia dell’unzione del sovrano - atto simbolico di consacrazione - avveniva per mano di sacerdotesse.
Alcuni rituali, come appunto quello sumero, prevedevano anche il rapporto sessuale finalizzato all’esperienza del divino attraverso l’estasi, il cosiddetto matrimonio sacro tra la grande sacerdotessa, incarnazione della dea e della Terra, ed il monarca, incarnazione del dio e del Cielo. In tutte le comunità del Medio-Oriente erano presenti pratiche similari, anche se alcune di esse avevano come obiettivo primario l’incremento delle nascite all’interno della comunità e spesso avvenivano dietro pagamento. Si trattava quindi, a tutti gli effetti, di una forma di prostituzione ritenuta però sacra in quanto praticata all’interno del tempio in onore di divinità preposte alla fertilità. Se la Maddalena fosse stata votata alla celebrazione di tali riti, si verrebbe a giustificare il motivo per cui fu designata con l’appellativo di prostituta, con l’accezione negativa di peccatrice dal punto di vista cristiano.
Di questo controverso quanto complesso personaggio colpisce in particolar modo il fatto che il suo culto abbia avuto una così enorme ed inspiegabile diffusione sebbene nei Vangeli sinottici il suo ruolo sia marginale e spesso confuso. Che già tra i primi Cristiani la figura della Maddalena fosse oggetto di particolare devozione è dimostrato dal ritrovamento, in una delle basiliche paleocristiane facenti parte del complesso di Cimitile vicino Nola, di una antichissima immagine della santa in abito regale e con la testa cinta da una corona, elementi che sono solitamente associati alla Vergine Maria. Nell’iconografia tradizionale non sono molte le sante ritratte con una corona o nell’atto di essere incoronate in quanto questo oggetto, originariamente attributo degli dei pagani, indica non solo la nobiltà di chi lo indossa ma anche l’evoluzione massima dello Spirito. Poichè il dipinto di Cimitile è anteriore alla prima raffigurazione della Madonna in veste regale, è lecito dedurre che la Maddalena abbia avuto una influenza molto più rilevante sulla storia del Cristianesimo degli esordi di quanto ci è dato credere ed i testi gnostici facenti parte della biblioteca di Nag Hammadi, soprattutto quelli di Filippo e di Maria, non fanno che confermare questa ipotesi. In essi la Maddalena è definita «discepola amata» e traspare che il Messia la anteponesse a tutti i suoi seguaci, trasmettendole segreti che non aveva rivelato ad altri. In un altro manoscritto, il Dialogo del Redentore, è descritta come «una donna che sapeva tutto» mentre nel Libro del Salvatore, è evidente il suo rapporto privilegiato con Gesù: «Tu beata, Maria. Ti renderò perfetta in tutti i misteri dell’alto. Parla apertamente tu il cui cuore è rivolto al regno dei cieli più di tutti i tuoi fratelli».
Nobildonna, prostituta, indemoniata, sposa di Gesù, discepola prediletta: queste sono soltanto alcune delle descrizioni, spesso contrastanti, che troviamo nelle pagine di antichi manoscritti e di testi più recenti. A questo punto è logico porsi il seguente quesito: è possibile che Maria Maddalena non sia mai vissuta e che sia solo una figura simbolica creata dagli autori dei Vangeli per rappresentare la Sapienza di Dio o Sophia ?
Iconograficamente la Sapienza è vista come una donna incoronata, il che ci riconduce all’affresco di Cimitile, o come una regina avvolta in abiti suntuosi e con le mani ed il viso dipinti di rosso, che è il colore del manto della Maddalena. A questo dobbiamo aggiungere che tra i molteplici nomi attribuiti a Sophia nei vari miti gnostici c’è anche Prunikos, la lasciva: di nuovo un evidente collegamento alla peccatrice Maddalena.
Non voglio tuttavia escludere la possibilità che Maria sia realmente esistita e che abbia fatto parte di una ristretta cerchia di seguaci di Gesù, ma non mi sorprenderebbe se ella avesse interpretato, durante determinate cerimonie come appunto quella fondamentale dell’unzione messianica, proprio il ruolo sapienzale di Sophia.


In giro per Seborga…


Si giunge a Seborga dopo essersi inerpicati per una serie di stretti tornanti. Alcune bandiere a strisce bianco-azzurre ed il posto di dogana - in realtà un semplice casotto di legno che segna pomposamente il confine tra Seborga e lo Stato italiano - demarcano l’inizio della “prima Monarchia costituzionale al mondo” o di quella che, secondo i progetti della principessa Yasmine, dovrebbe diventare in futuro una nuova Gerusalemme Celeste, «avamposto dell’Occidente e del Cristianesimo».
Nei pressi dell’ampia piazza da cui si accede al centro storico e da cui si gode uno splendido panorama che si estende fino a Saint-Tropez, si erge solitario il piccolo oratorio medievale dedicato a San Bernardo di Chiaravalle. È una struttura semplice, priva di ornamenti, e l’interno è altrettanto spoglio e mostra diversi rimaneggiamenti di epoche più recenti. Una nicchia accoglie la statua dell’abate, riconoscibile dal candido saio ma, soprattutto, dalla capigliatura e dalla barba di un improbabile colore rosso e dal libretto che stringe in mano, su cui spiccano la croce templare e la scritta “Regola”.
Il centro storico è un alternarsi di tipiche viuzze acciottolate e di bassi archi di pietra. Sulla piazzetta principale spicca una gigantesca croce patente nera su sfondo bianco e si affaccia la coloratissima chiesa parrocchiale dedicata a San Martino di Tours che, assieme a San Bernardo, è il patrono di Seborga.
Sulla piazza c’è un altro edificio più antico, che è stato identificato come il Palazzo dei Monaci: ai piani inferiori sarebbe stata ubicata la Zecca, istituita nel 1666 e chiusa nel 1688. Il Principato ha ripreso l’usanza di battere moneta propria coniando il Luigino, privo di valore legale ma venduto nei negozi di souvenir ai collezionisti e a chi voglia tornarsene a casa con un piccolo ricordo della propria visita. Anche le targhe ed i passaporti emessi dal Principato hanno funzione esclusivamente folcloristica, ma sembra che queste abili mosse di marketing abbiano determinato un notevole afflusso di turisti e, di conseguenza, la rinascita di Seborga che, altrimenti, avrebbe rischiato di finire come uno dei tanti borghetti semi-disabitati sparsi per l’entroterra ligure.
Guardandosi intorno, è difficile scrollarsi di dosso la sensazione di trovarsi in una specie di parco giochi a tema “templare”, un’idea rafforzata dalla presenza di gigantesche figure bianco-vestite con spadoni e scudi che, dipinte sulle facciate di alcune case, fissano con aria severa i turisti che arrancano per gli stretti vicoli. Chi è alla ricerca delle tracce originali del passaggio dei Poveri Cavalieri di Cristo rimarrà purtroppo deluso: forse sono state cancellate dall’inesorabile avanzare del tempo, forse sono state distrutte a seguito dello scioglimento dell’Ordine o a causa delle ostilità che si vennero a creare tra Genova ed i Cavalieri durante la battaglia di San Saba, a San Giovanni d’Acri, per il possesso dell’omonimo monastero, in cui i Templari, accorsi in aiuto dei veneziani, si videro contrapposti all’esercito genovese.
Quale sia la verità, resta il fatto che il passato di Seborga, così denso di avvenimenti ed enigmi, sembra sconfinare spesso nella leggenda, e pensando all’accorata richiesta di «preghiere e non domande» con cui San Bernardo di Chiaravalle, spirito schivo e contemplativo, apre il suo famoso trattato De diligendo Dei, è quasi paradossale che la sua figura sia legata a questo paesino arroccato, le cui vicende storiche suscitano non pochi interrogativi.


venerdì 11 maggio 2012

LES SAINTES MARIES DE LA MER

Quando si parla di Francia istintivamente si pensa alla città di Parigi e alla sua vita dai ritmi frenetici vissuta all’ombra della Tour Eiffel, ma per chi si occupa dei misteri legati al Santo Graal e di conseguenza di tutti quegli argomenti che immancabilmente accompagnano il ricercatore nella sua “queste”, questo paese è molto di più: è un calderone magico di inesauribile ispirazione. Non dobbiamo inoltre dimenticare che il primo romanzo sul Graal, Le Roman de Perceval, fu scritto proprio qui, nella patria dell’amor cortese che fu cantato dagli antichi trovatori, raffinati e colti poeti-musicisti erranti che solitamente si esibivano alle corti dei nobili, soprattutto signori e dame della Linguadaoca e della Provenza.
Tappa fondamentale è il Sud della Francia e più esattamente il parco regionale della Camargue, posto tra il mar Mediterraneo ed il delta del fiume Rodano. È una zona ricca di contrasti e quello più estremo è rappresentato dall’elegante cavallo bianco e dal toro nero da combattimento che allevati insieme allo stato brado sembrano voler incarnare il concetto taoista dello Yin e dello Yang, in cui gli opposti si integrano e si completano a vicenda. In una piazza della località balneare di Saintes Maries de la Mer, capitale della Camargue, c’è un monumento che esprime alla perfezione lo spirito libero di questa terra di sconfinate praterie e paludi: raffigura un gardien, un guardiano delle mandrie, un personaggio chiave della tradizione camarguese, che può essere paragonato ad un cow-boy del Far West o ad un buttero maremmano. Il suo strumento di lavoro, il tridente, figura, infatti, assieme al cuore (la Carità), l’àncora (la Speranza) e la croce (la Fede), nell’emblema della regione.
Saintes Maries de la Mer, tuttavia, non è soltanto famosa per il paesaggio indomito che la circonda ma anche per la sua storia e le sue leggende millenarie. Si racconta che sui suoi lidi siano approdati, su una barca senza remi né vele, alcuni seguaci di Gesù, in fuga dalle persecuzioni iniziate in Palestina dopo la crocifissione del Cristo. Tra gli esuli ci sarebbero state le Marie che hanno dato il nome alla località, ovvero Maria di Cleofa o Jacobi, sorella di Maria di Nazareth e madre di Giacomo, Maria Salomè, madre di Giovanni l’Evangelista, e Maria Maddalena, e secondo un’altra versione anche Lazzaro, sua sorella Marta e Giuseppe di Arimatea con il santo calice.
Il fulcro attorno al quale si sviluppa il borgo è Notre-Dame-de-la-Mer, Nostra Signora del Mare, una imponente chiesa-fortezza che fu costruita ai tempi di Carlo Magno probabilmente sopra una precedente cappella merovingia. Chiamarla fortezza non è un eufemismo: durante le frequenti incursioni dei pirati saraceni, gli abitanti del paese si riparavano con il loro bestiame tra le sue solide mura e potevano restare al sicuro per lungo tempo grazie anche alla presenza di un pozzo le cui acque sono tuttora considerate miracolose. Si entra nella chiesa passando da una piccola porta laterale. L’edificio, costituito da un’unica navata, è oscuro e cavernoso tanto da ricordare un arcaico tempio dedicato alla Magna Mater, la Grande Madre, una impressione che viene rafforzata dal fatto che in Notre Dame è predominante il principio femminile.
Un bel quadro della Maddalena sovrasta le statue di Maria Jacobi e di Maria Salomè, rappresentate all’interno di una piccola imbarcazione in ricordo del loro arrivo sulle coste francesi. Tutte e tre hanno un vasetto di aromi poiché, nei Vangeli, sono descritte come le donne che si recarono al sepolcro di Gesù, portando oli profumati. Incassato in uno dei pilastri, c’è il cosiddetto “cuscino delle sante”, una lastra di marmo che fu rinvenuta, durante alcuni scavi effettuati nel 1448, in prossimità di alcuni crani disposti a croce e di due corpi femminili, i presunti resti di Maria Jacobi e di Maria Salomè, che sono conservati in due teche nella cappella superiore.
Una breve rampa di scale conduce nella minuscola cripta, in cui le fiammelle di centinaia di candele illuminano a malapena la figura di una fanciulla dalla pelle color ebano, avvolta in mantelli riccamente ricamati ed adorna di gioielli: è Sara la Kali, Sara la Nera, la misteriosa dea-patrona degli zingari, che, secondo la tradizione, «era a conoscenza di molti segreti». È curioso il fatto che, nell’apocrifo Dialogo del Redentore, Maria Maddalena sia descritta come una donna che “sapeva tutto”. Potrebbe dunque esserci un collegamento tra la figura della Maddalena e quella meno nota di Sara la Nera.
Ci vuole un po’ di tempo per abituarsi al caldo opprimente della cripta, alla sensazione di claustrofobia e ad una sorta di stordimento che, con molta probabilità, è dovuto alla particolare energia emessa dalla sorgente sotterranea che alimenta il pozzo. Non a torto gli zingari chiamano questo spazio angusto il “ventre della madre”.
Il culto di Sara la Kali ha origini ancora incerte ma potrebbe affondare le proprie radici in quello della dea egizia Iside, definita dal grande alchimista Fulcanelli “la madre di tutte le cose e la dispensatrice della rivelazione e dell’iniziazione”. Secondo Fulcanelli le camere sotterranee dei templi pagani servivano come dimora per le statue di Iside che, con il tempo e la diffusione del Cristianesimo, furono trasformate nelle cosiddette Vergini nere. Il culto delle Madonne nere fu introdotto in Italia da S. Eusebio (IV sec. d.C.), dopo che ebbe ritrovato a Gerusalemme una statua lignea della Vergine. Il colore del volto dell’effigie, però, era stranamente scuro; in un primo momento si pensò che il legno fosse annerito dal fumo delle candele utilizzate nelle cerimonie ma, dopo accurati restauri, si scoprì che quello era invece il colore primitivo.
La teoria che il culto di Sara sia da ricercare nell’antico Egitto troverebbe riscontro nell’affermazione del famoso storico Camille Jullian che ha identificato Saintes-Maries con l’oppidum priscum Ra, l’antica fortezza di Ra, dio egizio del Sole. Nell’era cristiana Ra divenne Ratis, termine che significa isolotto o barca (un riferimento alla barca con i seguaci di Gesù oppure alla barca solare degli antichi egizi?), e solo nell’800 si ebbe la definitiva trasformazione da Saintes Maries de Ratis a Saintes-Maries de la Mer.
L’immagine di santa Sara, una santità che però non è mai stata riconosciuta dalla Chiesa cattolica, è circondata dai numerosi ex-voto e doni lasciati dai gitani provenienti da mezza Europa. Un tempo, a causa di una certa paganità che ancora permea la cultura Rom, alle gens du voyage non era neanche concesso di entrare in chiesa. Fu per l’intercessione del marchese Folco de Baroncelli, il discendente di una famiglia fiorentina esiliata ad Avignone dai Medici che, innamorato della Camargue, aveva rinunciato ai propri beni per poter abbracciare la rude vita del gardien, che gli zingari riuscirono ad ottenere alcune importanti conquiste, fra cui il permesso di portare la statua della loro patrona in processione per le vie del paese. Quando il marchese morì gli zingari organizzarono un suntuoso funerale con più di trecento tori al seguito del corteo.
Tornando alle origini di Sara la Kali, ella sarebbe stata una nobile e saggia principessa zingara a capo di una tribù stanziata sulle sponde del Rodano. Si narra che un giorno Sara sognò che la barca su cui si trovavano i seguaci di Gesù si stava avvicinando alle coste ma era in grave pericolo per via del mare in tempesta. La giovane si recò allora, assieme alla sua gente, nel punto esatto in cui, secondo la sua visione, l’imbarcazione rischiava di fare naufragio, e trasse in salvo i fuggitivi. Una volta curati, i discepoli avrebbero preso strade diverse. Maria Maddalena si sarebbe diretta verso il massiccio di Sainte Baume, dove sarebbe vissuta in penitenza in una grotta per ben trent’anni, Lazzaro sarebbe divenuto il primo vescovo di Marsiglia, mentre Maria Salomé e Maria Jacobi, ormai in età avanzata, avrebbero scelto di rimanere in Camargue, convertendo la popolazione al credo cristiano attraverso la parola di Gesù ed alcuni miracoli: sarebbero state infatti loro a far scaturire la sorgente d’acqua dolce che scorre sotto Notre-Dame-de-la-Mer. Guarda caso, in Italia, esattamente sul Sasso di Pale in Umbria, c’è un Eremo dedicato a Maria Jacobi, anch’esso famoso per le proprietà terapeutiche delle sue acque. L’edificio più antico del complesso è la chiesa, ricavata all’interno di una grotta e ricoperta interamente da affreschi. Sulla volta troneggiano un Cristo benedicente ritratto in una mandorla mistica (simbolo di illuminazione interiore), di probabile scuola senese, e un Cristo benedicente tra angeli. Sulla parete di sinistra ci sono numerose rappresentazioni della Madonna col Bambino, ma soprattutto un grande Cristo tunicato, la cui particolarità è che ha i piedi immersi in due calici di diversa foggia. La fondazione del monastero risale a circa la metà del XIII secolo ed è legata ad una leggenda che vuole che in una grotta del Sasso di Pale S. Maria Jacobi si sia rifugiata a fare penitenza. In realtà sappiamo che fu la Maddalena che visse in completa solitudine in una caverna per moltissimi anni, perciò potrebbe trattarsi di uno scambio di persona, peraltro comprensibile: Maria, la madre di Gesù, Maria Maddalena, e “l’altra Maria”, ovvero Maria Jacobi, vengono infatti spesso confuse tra loro.
Secondo altre versioni Sara la Kali era la schiava egizia (nuovamente un legame con l’Egitto) di Maria Salomè e di Maria Jacobi, la badessa di un importante convento in Libia o una martire persiana, mentre in quella propugnata da molti zingari, e la più affascinante dal punto di vista graalico in quanto riprende la teoria del Graal come linea di sangue, era in realtà la figlia segreta di Gesù e della Maddalena. A questo proposito colpisce il racconto secondo cui la giovinetta, vedendo che i discepoli in fuga erano in difficoltà e non riuscivano ad avvicinarsi alla terraferma, sarebbe accorsa in loro aiuto stendendo sulle acque agitate il proprio mantello e camminandovi sopra: un miracolo che non può che ricordare quello del Messia presso il lago Tiberiade!
Qualunque sia la verità su questa intrigante figura, il villaggio di Saintes Maries de la Mer è da tempo immemorabile una meta di pellegrinaggio per migliaia di Rom - e non solo - che ogni anno si riuniscono per condurre la statua della loro patrona ed i resti di Maria Jacobi e di Maria Salomé fino al mare, secondo una tradizione molto antica risalente ai tempi in cui i Rom praticavano ancora una religione politeista e tra le loro usanze c’era quella di trasportare sulle spalle l’immagine di Ishtar, la dea babilonese della fertilità e dell’amore, e di entrare con essa nel mare per riceverne la benedizione.
La processione variopinta che possiamo ammirare a Saintes Maries ogni 24 di maggio avviene alla presenza dei gardiens, che in sella ai loro cavalli bianchi scortano la statua fino al mare e formano poi un cerchio “di protezione” attorno ad essa ed ai portatori che entrano nell’acqua fino alla vita, mentre la folla composta da uomini, donne e bambini di etnie diverse canta, prega, getta fiori ed invoca la protezione della santa. Una volta ricondotta l’immagine nella cripta, la processione si trasforma in una festa tra sacro e profano che, scandita dalla musica delle chitarre, dei tamburi e dei famosi violini tzigani, prosegue fino a notte fonda attorno alla grandiosa chiesa-fortezza di Notre-Dame. Il giorno dopo è la volta della altre due sante che, come Sara, sono condotte fino al mare per simboleggiare il loro arrivo in terra di Camargue.


Sembra che negli ultimi anni il culto per Sara la Nera sia notevolmente accresciuto rispetto a quello di Maria Jacobi e di Maria Salomé e che sempre più gente, da varie parti del globo, giunga a Saintes-Maries per celebrarla. È probabile che il grande afflusso di visitatori abbia a che fare con la pubblicazione del controverso romanzo di Dan Brown, Il Codice Da Vinci, che, scatenando le ire dei più, ha venduto milioni di copie in tutto il mondo, portando così a conoscenza di un vasto pubblico il personaggio della giovane Sara: potenza della pubblicità!

EGITTO: TERRA ANTICA, ANTICHI RICORDI

dedicato a mia nonna

Mentre sto scrivendo sono improvvisamente assalita da ricordi e da odori lontani. La mia mente torna ad uno dei momenti più felici della mia vita quando ero ancora una ragazzina con la testa piena di sogni e di progetti irrealizzabili. Dopo anni di insistenza, di musi lunghi e di cataloghi di viaggi lasciati in punti strategici della casa, avevo finalmente ottenuto il tanto desiderato viaggio in Egitto, un luogo che, fin da quando ero bambina, aveva esercitato su di me un richiamo irresistibile.
Non potrò mai dimenticare l’emozione quando, scendendo all’aeroporto del Cairo, fui investita da un vento torrido che sapeva di deserto e di storia millenaria. Durante il trasferimento verso l’hotel, intravidi in lontananza la Grande Piramide che, con la sua punta, perforava il cielo. Fu uno shock perché soltanto allora mi resi veramente conto di dove mi trovavo: nella mitica terra dei Faraoni.
La mattina seguente, dopo essere stata svegliata di buon ora dal canto amplificato di un muezzin, affrontai gli indovinelli della Sfinge: la fissai a lungo negli occhi ma non riuscii, neanche per un istante, a penetrare il pesante velo di leggenda che ricopre da sempre quelle pupille di pietra. Avevo miseramente fallito: non avevo risolto l’enigma ma per fortuna la muta Sfinge non mi avrebbe divorata tra le sue fauci. Quello sguardo carico di interrogativi e di nostalgia per un passato ormai morto aveva però acceso in me la scintilla della passione per il mistero: una fiammella che negli anni successivi si sarebbe trasformata in un vero e proprio fuoco.
Prima che il mondo fosse scosso dagli attentati di Al Quaeda, si poteva tranquillamente girare per le strade affollate della capitale egiziana, vivere di prima persona gli usi e costumi della sua gente e scoprire tanti piccoli ed affascinanti segreti: il rito del tè alla menta bevuto ai bassi tavolini sparsi sui marciapiedi, le contrattazioni tra il bianco delle lunghe gallabeya di cotone, il rosso dell’infuso di karkadè ed il nero di spezie profumate in mostra sulle bancarelle del suggestivo mercato di Khan el Khalili, una corsa sulle pittoresche carrozzelle nel traffico intenso, una visita alle moschee silenziose con i piedi avvolti in enormi pantofole informi. Gli unici problemi, allora, erano il caldo soffocante ed il continuo assalto da parte dei venditori ambulanti che ti seguivano ovunque come ombre rumorose. C’erano quelli che con fare circospetto estraevano da sotto le vesti sporche “preziosi” scarabei o altri manufatti “originali” ritrovati in questa e quella tomba ed altri invece che ti spingevano prepotentemente tra le braccia la loro mercanzia, urlandoti in faccia una interminabile sfilza di prezzi: uno arrivò addirittura a lanciare un pesante busto di gesso attraverso il finestrino semi-aperto del nostro pullman, mancando per poco la testa di una signora che stava tranquillamente sonnecchiando!
La nostra guida era un arabo di mezza età che con i suoi racconti era in grado di far rivivere i fasti del regno di Ramses il Grande o della regina Hatshepsut. Ricordo ancora con un brivido di eccitazione quando, un tardo pomeriggio, ci accompagnò allo splendido Tempio di Karnak per assistere allo spettacolo di “Suoni e Luci” che si teneva nell’ampio cortile porticato: appena calava la notte le mura imponenti erano accese da mille bagliori colorati ed animate da voci e musiche, come se, per un incantesimo formulato da qualche potente sacerdote, gli spiriti degli antichi abitanti di quella terra fossero stati richiamati dall’Aldilà per narrare ai posteri la propria storia. Al ritorno notai una triade di statue che in seguito scoprii essere composta da Amon, il Creatore, dalla sua sposa Mut e dal figlio Khonsu: è una bellissima rappresentazione che esprime forza e regalità ma anche un profondo affetto, quello della divinità per la propria controparte femminile e per il frutto della loro unione. Ne rimasi affascinata (avrei avuto modo di ammirare altre triadi familiari tra cui quella più nota formata da Iside, Osiride e Horus) e dopo lunghe riflessioni mi resi conto che nel mio Credo mancava qualcosa di fondamentale. Soltanto in seguito avrei capito di cosa si trattava: una figura che col passare dei secoli era stata dimenticata, volutamente cancellata, colei che era con Dio prima che «Egli plasmasse qualsiasi altra creatura», prima «che venisse creata la terra» e che assieme a Lui «regolava tutte le cose».
Mentre la nave su cui mi ero imbarcata al Cairo scivolava lentamente lungo il Nilo, inseguita da frotte di ragazzini vocianti che correvano lungo gli argini, pensavo a quanto quel fiume pigro e fangoso avesse avuto una importanza basilare per la sopravvivenza della grande civiltà egiziana. Per gli antichi egizi il Bahr el-Nil aveva un proprio “spirito”, identificato con Hapy, opulenta divinità maschile raffigurata con grossi seni e ventre prominente: di nuovo la fusione dei due sessi come simbolo di fertilità e di abbondanza di cui il limo lasciato dalle inondazioni era la fonte primaria. Se esaminiamo il geroglifico dell’acqua (mu) vedremo una linea ondulata che ricorda il disegno stilizzato di un lampo o di una scarica elettrica: dopotutto l’acqua è all’origine della Vita e cos’è la Vita se non energia e movimento continuo? Nella religione egizia, la prima degli dei fu Nun, ovvero il Grande Oceano Primordiale che ricopriva tutto prima che la Terra fosse creata. È pertanto indicativo che questo importante elemento si ritrovi anche nel geroglifico che significa amare (un canale: dopotutto la Vita non ha inizio grazie ad un atto di amore?) e in quello che simboleggia la donna (un pozzo). Ripensando adesso all’immagine del pozzo (una coppa ricolma di acqua), osservata tante volte sulle pareti di tombe e palazzi, non posso fare a meno di associarla al Graal, il mitico calice contenente l’essenza di tutte le cose. Nell’antico Egitto con il segno del vaso si indicavano il cuore, sede della consapevolezza, della saggezza, della personalità e dell’anima stessa, ed il verbo “creare” e non è certo una coincidenza che nell’Antico Testamento il profeta Isaia descriva Dio come un vasaio che modella l’argilla informe per trasformarla nel Suo più grande capolavoro, il Creato. Ma l’argilla, per essere impastata e lavorata, ha bisogno di acqua, che è l’elemento femminile per eccellenza.
L’atto creativo, diciamolo pure, è una genuina opera alchemica: Dio plasma la sostanza primitiva in modo da realizzare un contenitore - vaso o coppa o aludel o Graal - che possa accogliere il Suo soffio che tutto anima e vivifica. Come spiega Gosset nelle sue Revelations Cabalistiques, lo Spirito di Dio è «per natura sottilissimo ed invisibile e non potrà mai apparire ai nostri occhi se non che lo si ricopra di una qualche materia visibile», ma l’autore anonimo della Clef du Cabinet Hermétique spiega che fondamentale per l’opera alchemica è l’acqua poiché «racchiude in sé tutte le virtù del cielo e della terra; per questo essa è il Solvente generale di ogni Natura, una vera e propria calamita che attira verso di sé tutte le influenze del cielo, del sole, della luna e degli astri, per comunicarle alla terra stessa». Maschio e femmina, lo zolfo e il mercurio, il sole e la luna, il re e la regina che, iconograficamente, rappresentano le Nozze Alchemiche, ovvero il congiungimento dei due opposti.
È forse un caso che molte apparizioni della Madonna, che è considerata dal punto di vista alchemico la personificazione della materia allo stato iniziale e perciò Vergine e che ha sostituito - nell’ottica cristiana - la primordiale forza femminile, siano avvenute in prossimità di sorgenti e fonti? Ed è forse un caso che le sue vesti siano solitamente azzurre come il colore dell’acqua?
Smetto di pormi domande e torno ai miei ricordi che, almeno, si basano su fatti e non su elaborate elucubrazioni (ma cosa ci posso fare, con l’età sono diventata più meditativa!).
Un giorno - eravamo ormai al termine della nostra navigazione - faceva particolarmente caldo perciò attendemmo il crepuscolo per visitare il Tempio di Kom Ombo dedicato al dio coccodrillo Sobek. Fu uno dei momenti più indimenticabili di tutto il viaggio. Non c’era quasi più nessuno in giro (neanche gli onnipresenti venditori) ed un gigantesco disco solare - Ra - aveva tinteggiato il Nilo di rosa. Ad un tratto un bambino mi si avvicinò timidamente e mi regalò un serpentello fatto di foglie intrecciate: era l’infantile rappresentazione di un cobra, il serpente sacro che spesso compare sui copricapi di re e dei e che simboleggia l’energia vitale dell’Universo. A quel tempo la cosa non mi colpì in particolar modo ma adesso quel dono inaspettato assume un significato nuovo. Eravamo sedute - mia madre, mia nonna ed io - fianco a fianco su un basso muricciolo del Tempio ad osservare il tramonto. Tre come il numero divino per antonomasia. Tre come le fasi della Luna. Tre come gli aspetti della Grande Madre e dell’esistenza stessa: la fanciulla, l’adulta e l’anziana, il futuro, il presente ed il passato. Quel bambino, forse, aveva inconsapevolmente percepito la potente e misteriosa magia che, in quel momento, si era venuta a creare attorno a noi: la magia della Vita che si riproduce in un ciclo infinito proprio come il sole muore ogni sera per rinascere il mattino seguente.
Io, invece, senza rendermene conto, avevo trovato il mio Graal.
Era l’amore che ci univa.


«La mia appartenenza è il tre,
tre che può essere anche uno;
molte cose appaiono come tre,
ma non sono più di una cosa sola.»
(Antica poesia Sufi)


BREVE STORIA DI UN MITO

Graal.
Una parola magica che spalanca le porte di un mondo lontano da cui provengono le eco delle gesta eroiche e degli amor cortesi di cavalieri erranti.

È un argomento che, malgrado l’età, sembra non tramontare mai: se ne parla infatti da secoli, tra alti e bassi, e di recente è tornato prepotentemente alla ribalta grazie ad una serie di libri e di programmi televisivi, alcuni piuttosto discutibili, che hanno avuto il pregio di rimettere in moto la queste, la cerca.
L’enigma ha origini antiche: risale al XII secolo, quando il Graal fa la sua prima apparizione sotto forma letteraria nel Perceval ou le conte du Graal, romanzo in versi ambientato alla corte di Re Artù e dei suoi Cavalieri della Tavola Rotonda. L’opera fu scritta, su richiesta di Filippo di Fiandra, da Chrétien de Troyes, uno dei maggiori autori francesi del Medioevo di cui, tuttavia, conosciamo ben poco. Durante un misterioso corteo a cui assiste il giovane Perceval, una bellissima fanciulla dal portamento nobile e riccamente vestita appare portando tra le mani un graal di oro fino tempestato di splendide pietre preziose, emanante una «luce sì immensa che le candele persero il loro chiarore, come stelle quando sorge il sole o la luna». In testa al corteo uno scudiero reca una scintillante lancia insanguinata mentre al termine di esso un’altra fanciulla regge un vassoio d’argento. L’autore non specifica se il graal sia una coppa o un piatto o un qualche contenitore particolare, ma soltanto: «Un graal entre ses deus mains/une damoisele tenoit». In seguito, dopo che Perceval avrà affrontato numerose peripezie, sarà rivelato che il graal non contiene «lucci, lamprede o salmoni», come si potrebbe immaginare, ma soltanto un’ostia.
Il termine graal probabilmente deriva dal latino gradalis (tazza, vaso): in francese arcaico con questo termine si indicava una scodella o una coppa poco profonda in cui, solitamente, erano serviti cibi raffinati, dunque è evidente che il graal di Chrétien de Troyes non possedesse ancora le caratteristiche magico-esoteriche che troviamo negli scritti successivi, ma che fosse un oggetto di uso domestico. Tuttavia egli ne fa il perno del suo racconto, gettando così le basi di una delle più famose leggende della storia dell’umanità.
Il romanzo, rimasto incompiuto, fu ripreso e rielaborato da altri scrittori (ben 14), molti rimasti anonimi, ognuno dei quali contribuì all’evoluzione del mito.
È il caso del poeta francese Robert de Boron (fine XII-inizi XIII sec.), il primo a dare una connotazione puramente “cristiana” a questa storia e ad attribuire al Graal poteri sovrannaturali. Nel suo Joseph d’Arimathie ou le Roman du l’Estoire du Graal egli lo descrive come il calice con il quale Gesù Cristo celebrò l’Ultima Cena ed in seguito usato da Giuseppe di Arimatea, ricco commerciante e discepolo segreto di Gesù, per raccogliere il sangue del Cristo crocefisso, mentre la lancia insanguinata che apre il misterioso corteo diviene l’arma con cui il centurione Longino trafisse il costato di Gesù.
Il tedesco Wolfram von Eschenbach (ca. 1170), nel suo poema Parzival, ne cambia però i connotati e lo trasforma in un prezioso smeraldo staccatosi dalla corona di Lucifero durante l’epico scontro tra gli angeli ribelli e gli angeli del Signore: la lapsit exillis, interpretata come lapis ex coelis cioè la pietra caduta dai cieli. Questa pietra «della natura più pura» e dalle virtù straordinarie, che può essere toccata soltanto da chi è moralmente ineccepibile, è custodita nel Castello di Munsalwaesche da un gruppo di Cavalieri, «puri come angeli», definiti templeisen (un possibile richiamo ai Templari).
Eschenbach, oltre ad essersi ispirato al romanzo di de Troyes, tuttavia discostandosene per molti versi, avrebbe attinto le proprie informazioni da un libro scritto da un certo Kyot di Provenza (forse identificabile in Guiot de Provins, trovatore, divenuto poi monaco cluniacense dopo aver partecipato ad una o più Crociate in Terra Santa), che, a sua volta, sarebbe venuto a conoscenza dell’identità del Graal da un testo antecedente scritto dall’arabo Flegetanis, esperto astrologo ed astronomo e presunto discendente di re Salomone. In realtà, Flegetanis non sarebbe mai esistito ed il nome sarebbe la traduzione del titolo di un trattato arabo di astrologia, il Felek-Thani (La Seconda Sfera): in quest’opera si parla infatti di sette pietre rappresentanti le sette possibili forme di saggezza, di cui la Pietra Suprema è quella della Saggezza Universale.
Nel Grand Graal (XIII sec.), di anonimo, il Graal subisce una ulteriore trasformazione e diventa un libro scritto da Gesù stesso, «... alla cui lettura può accedere solo chi è in grazia di Dio». Un libro di potere, apocalittico, contenente verità «impronunciabili da lingua mortale» tanto che se ciò dovesse accadere «i cieli diluvierebbero, l’aria tremerebbe, la terra sprofonderebbe e l’acqua cambierebbe colore».
È probabile che all’origine del Graal vi siano antichi miti celtici, adeguatamente cristianizzati a scopo propagandistico. In molte leggende celtiche appaiono calderoni o coppe dalle magiche virtù: dell’abbondanza, in grado di ridare la vita ai defunti, di donare l’immortalità o l’eterna giovinezza. Il più famoso è il Calderone di Dagda, donato ai loro sudditi, assieme ad altri tre oggetti, dai Tuatha dè Danaan, leggendari colonizzatori dell’Irlanda provenienti dallo spazio siderale: un oggetto/simbolo dal quale l’eroe, solo dopo aver superato temibili prove, attinge saggezza e si rinnova, sia fisicamente sia spiritualmente. È interessante notare come, nelle varie leggende graaliche, ricompaiano, convenientemente modificati secondo l’ottica cristiana, anche gli altri mitici oggetti dei Danaan - una pietra, una spada e una lancia - e come i cavalieri che partono alla conquista del Graal debbano sempre portare a termine pericolose prove, probabilmente facenti parte di un rito iniziatico per poter ottenere sapienza e forza interiore.
Nella tradizione cristiana, oltre al calice dell’Ultima Cena del quale troviamo menzione sia nei Vangeli sinottici sia negli apocrifi Pseudo Vangelo di Nicodemo e Gesta Pilati, esiste un altro “contenitore” sacro: il ventre di Maria di Nazareth, madre del Figlio di Dio, il «vaso spirituale, dell’onore e di unica devozione».
Recentemente, si è imposta all’attenzione un’altra figura femminile che continua ad essere al centro di dibattiti e che ha alimentato un filone letterario apparentemente inesauribile: la Maddalena, la prostituta redenta dei Vangeli che, secondo alcune controverse ipotesi, sarebbe stata in realtà la sposa di Cristo e che avrebbe dato origine al Sang Real (Sang Royal - Santo Graal), la linea di sangue reale dei discendenti di Gesù. Da un lato la vergine Maria, dall’altro la carnale Maddalena: che siano personaggi storici o puramente simbolici, esse rappresentano due aspetti diversi dell’eterno principio femminile, della Grande Madre dal cui grembo/calice nasce ogni forma di vita, la dea dai mille nomi e dai mille volti, sicuramente la divinità più antica che sia mai stata adorata nella storia dell’umanità. Dobbiamo infatti tornare indietro nei millenni, fino al paleolitico, per trovare le origini di questo culto: sono di questo periodo le note Veneri, statuette femminili che, con i loro ventri accentuati, inneggiano alla fertilità e al mistero della nascita.
Altrettanto antico è il culto delle pietre e delle rocce sacre che, come quello della Dea Madre, troviamo diffuso in tutte le civiltà. Di esempi ce ne sono moltissimi: dalle pietre oracolari utilizzate a scopo divinatorio all’omphalos di Delfi, dai dolmen e menhir alla shethiyah su cui poggiava l’Arca dell’Alleanza, dalle pietre Urim e Tumin poste, per ordine di Dio, sul Pettorale del Giudizio del Sommo Sacerdote di Israele allo Shamir, portentoso gioiello che irradiava luce incastonato nell’anello di Re Salomone, dalla pietra di Betel di Giacobbe alla Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto, dalla pietra egizia Benben alla Kaaba islamica, dalla pietra filosofale degli alchimisti al Cristo stesso, definito “pietra angolare”. Pietre che permettevano all’uomo di comunicare con la divinità e di compiere imprese strabilianti, ma anche su cui erano incisi segreti riservati soltanto agli adepti di determinati culti misterici.
Si racconta che una “pietra di luce” facesse parte del presunto tesoro dei Catari. Quello del Catarismo (XII, XIII, XIV sec. d.C.) fu un fenomeno eretico di vastissima portata, tanto da essere considerato «la grande alternativa religiosa al Cattolicesimo». I Catari si definivano gli autentici custodi della vera tradizione cristiana ed erano in netta contrapposizione con la Chiesa di Roma che essi reputavano blasfema e corrotta. Per questo motivo furono votati alla persecuzione e all’annientamento: per spazzare via questa pericolosa eresia che si stava spandendo a macchia d’olio fu creata l’Inquisizione, fu fondato l’ordine monastico dei Domenicani ed infine fu lanciata una terribile Crociata che vide il massacro di migliaia tra uomini, donne e bambini. Ma al di là dei fatti storici, i Catari sono entrati nella leggenda: nella leggenda del Graal. Essi sarebbero stati i detentori di un importante segreto, i custodi di un tesoro che «... non è sicuramente né oro né argento» in quanto essi predicavano la povertà: per Otto Rahn, archeologo tedesco arruolato per ragion di stato nel Terzo Reich e che fu posto a capo di un gruppo speciale di SS dedito alla ricerca di oggetti “di potere” per conto di Hitler, i Catari erano i veri guardiani del Graal, simbolizzato da una pietra luminosa. Come tale, essa non può che richiamare alla mente lo smeraldo caduto dalla fronte di Lucifero nel poema di von Eschenbach! Potrebbe tuttavia non trattarsi di un oggetto fisico, di un cristallo o di una pietra dai particolari poteri o di un frammento meteoritico, come è stato anche ipotizzato, bensì di un riferimento al Fuoco Sacro, simbolo della Conoscenza, adorato dai seguaci dello Zoroastrismo, una delle più antiche religioni dell’Iran pre-islamico. Si ritiene infatti che lo Zoroastrismo abbia avuto una larga influenza sia sul Giudaismo che sul Cristianesimo e che dopo la sua soppressione alcune delle sue dottrine siano state ereditate da gruppi eretici tra cui quello dei Catari. Sappiamo che i testi sacri alla base della dottrina catara erano soprattutto il Vangelo di San Giovanni, le Epistole di San Paolo ed i Vangeli apocrifi. Si potrebbe perciò ipotizzare che il “tesoro” fosse stato costituito da uno o più testi sacri, forse il Vangelo originale di Giovanni o addirittura un Vangelo di cui soltanto gli iniziati conoscevano l’esistenza, un testo capace di incutere timore all’ortodossia romana per i suoi contenuti sconvolgenti: si parla degli insegnamenti originali di Gesù Cristo o addirittura di un Vangelo scritto da Cristo stesso. Ma non è proprio quello che rivelava il già citato Le Grand Graal di autore anonimo? Il Graal/libro, quello contenente «verità impronunciabili».
A questo punto viene spontaneo chiedersi che cosa sia in realtà il Graal e soprattutto se sia o no esistito. Si è versato e si continua a versare fiumi di inchiostro sull’argomento, cercando di trovare una risposta e di mettere una volta per tutte la parola fine ad una storia che dura da tempo immemorabile. In questa corsa affannosa alla verità a tutti costi si tende spesso a perdere di vista un’altra grande verità, che forse è l’unica: non esiste un solo Graal.
Von Eschenbach è l’autore che, inconsapevolmente, ne ha fornito la descrizione più appropriata: quella di una gemma preziosa. Proprio come una gemma, il Graal è costituito da una miriade di facce che “riflettono” le aspettative di coloro che lo cercano e per questo motivo cambia, si trasforma continuamente. Per chi ha un approccio prettamente storico-scientifico è un manufatto con caratteristiche ben precise, legato alla figura del Cristo o addirittura antecedente. Per lo scettico è soltanto una leggenda come tante. Per il sognatore è un nobile ideale. Per il saggio è la Sapienza. Per il cercatore spirituale è un percorso iniziatico che viene tramandato da generazioni.
Di qualunque cosa si tratti, il Graal è soprattutto ricerca: una ricerca proiettata verso il mondo esterno che è anche un lungo viaggio nei luoghi dell’Anima.

giovedì 10 maggio 2012

IL MISTERO DELLA PIRAMIDE DI FALICON di Osvaldo CARIGI e Stefania TAVANTI





Il seguente articolo è stato pubblicato su Fenix nel 2009: ho adattato alcune parti ed aggiunto informazioni che originariamente erano state tagliate per esigenze editoriali.


A Falicon, paesino del dipartimento delle Alpi Marittime a pochi km da Nizza, si trova una piramide in scala ridotta, realizzata con pietre calcaree e caratterizzata da un andamento geometrico irregolare in quanto costruita lungo un pendio vicino alla sommità di un monte (Mont Cou o Chauve - Montecalvo). È priva della parte superiore e versa in cattive condizioni a causa dell’azione erosiva del tempo e di quella, ugualmente deleteria, di visitatori e cercatori di improbabili tesori che di anno in anno contribuiscono a diminuirne l’altezza. Fortunatamente, dopo molteplici richieste di intervento al fine di scongiurarne la sparizione, nel 2007 è stata iscritta nella lista dei monumenti storici francesi. La sua datazione ed il motivo per cui venne eretta, perlopiù sopra l’entrata di una grotta, costituiscono un vero e proprio rompicapo e le contraddittorie descrizioni della stessa e della grotta sottostante, le documentazioni storiche ed i pareri, spesso discordi, degli studiosi non fanno che aumentarne il mistero.
La grotta fu scoperta nel marzo del 1803 dall’italiano Domenico Rossetti, avvocato e profondo conoscitore della storia antica, che, di passaggio a Nizza per visitare i resti di “Cameneleon”, città capitale delle Alpi marittime ai tempi della Repubblica Romana, venne a sapere che verso la sommità di una vicina montagna “vedeasi un buco profondissimo, dal quale all’imbrunir del giorno uscivano a gruppi i pipistrelli”. Incuriosito, Rossetti decise di recarsi sul luogo, che raggiunse verso le dieci e mezza di mattina: grande fu il suo stupore quando vide, illuminata da un raggio di sole che penetrava obliquamente nel foro,“una grossa colonna d’alabastro, candida al par della neve, eretta in mezzo di una gran sala”.
È lo stesso effetto di luce che molti anni più tardi, nel 1965, fu descritto dallo studioso francese Robert Charroux, in visita alla cavità sotterranea. Charroux descrisse anche la “sconosciuta” piramide sovrastante che, in origine, doveva avere spigoli lunghi 9 metri: “Interamente costruita in lastroni di pietra viva, legati con una malta ancor più tenace di quella che impiegavano i Romani, cela una voragine dall’imboccatura simile a un pozzo di due o tre metri di diametro”.

LA PIRAMIDE INVISIBILE


Nelle 115 pagine del poemetto ‘La grotta di Monte-Calvo’, edito a Torino nel 1812, nel quale Rossetti descrisse minuziosamente fatti e luoghi inerenti la sua scoperta, non viene mai citata espressamente la presenza della piramide. Come spiegare questa curiosa omissione? Henri Broch, autore de "La mysteriouse pyramide de Falicon", non fa molto caso al fatto che la piramide non sia menzionata nel poema poiché ritiene che a Rossetti interessasse solo la grotta sottostante. Secondo il ricercatore André Douzet, invece, Rossetti non ne avrebbe parlato volontariamente perché, secondo voci, “sarebbe stata sua intenzione riservare la notizia per un'opera successiva”. Un’altra ipotesi vuole che, al momento della scoperta della grotta, la piramide fosse talmente confusa nel paesaggio circostante da non essere stata notata da Rossetti. Ma come poteva sfuggire, seppur mimetizzata, una antica struttura artificiale ad una persona dotata di un così vasto bagaglio culturale? Ecco, infatti, alcune esaustive righe tratte dalla sua biografia: “poeta estemporaneo, filosofo, tragediografo, archeologo ed avvocato, incarnò pienamente lo spirito dell’intellettuale illuminista ed enciclopedista erudito”, ed ancora “…si appassionò alla speleologia e all’archeologia, compiendo diverse esplorazioni”.
Il poemetto di Rossetti, tuttavia, riserva altre interessanti sorprese. Due particolari passaggi potrebbero infatti dar corpo al sospetto che il letterato fosse in realtà consapevole della presenza della piramide: riferendosi all’ingresso della caverna cherappresenta un triangolo, che nei punti dell'unione delle linee, ossia della formazione degli angoli, si accosta alquanto alla circolare, il che ci obbliga a considerarlo piuttosto come un triangolo composto di tre angoli ottusi”, egli scrive cheI macigni che formano, e circondano la bocca della grotta, se si considerino dal fondo del collo del pozzo, sono pendenti al di dentro; ma la loro unione ed il loro collegamento è tale che non minacciano affatto di cadere. Ai fianchi vi sono vari piccoli scavi, con dentro capricciosi rilievi, in guisa che potrebbero assomigliarsi ad alcune statuette collocate entro dei loro nicchi”.
Una descrizione che farebbe pensare ad una struttura a base triangolare, formata da pietre incastrate perfettamente tra loro, posta attorno e al di sopra dell’antro.
Per finire, sul frontespizio del poema, vi è un disegno che raffigura il nostro eroe in primo piano e sullo sfondo, ben visibile, una piramide che egli indica orgogliosamente con un dito.

UNA PIRAMIDE OTTOCENTESCA?


Catherine Ungar, nel suo "nouveaux aperçus" del 1983, affermò che la piramide fu costruita proprio da Rossetti e da un suo amico, Giovan Giacomo Vinay, allora consigliere della Prefettura di Torino nonché proprietario del terreno ove si trova la grotta. La piramide, dunque, non sarebbe altro che una specie di segnale ‘turistico’, eretto per meglio identificare la grotta di Monte Calvo. Douzet reputa improbabile che Rossetti e Vinay abbiano costruito o finanziato la costruzione della piramide: “degli operai si sarebbero dovuti recare sul posto e dei lavori svolti sarebbe dovuta rimanere qualche traccia”.
È anche vero, però, che all’epoca della scoperta di Rossetti, in Francia era scoppiata una vera e propria egittomania a seguito della spedizione militare di Napoleone nella terra del Nilo, che aveva visto il fiorire di numerosi monumenti in stile egizio, spesso pregni di significati ermetici. È noto che la piramide figura tra i simboli della Massoneria e guarda caso molte di queste bizzarre opere in muratura furono progettate da membri di tale società e spesso celavano delle cavità sotterranee in cui probabilmente si celebravano riti iniziatici. Se Rossetti fosse stato un massone come molti suoi colleghi intellettuali, si giustificherebbe la scelta “simbolica” di collocare una piramide sopra l’antro da lui scoperto ma, in mancanza di documentazione certa attestante o meno tale affiliazione, ci limitiamo a citare la sua volontà di tenersi lontano da ogni "spirito di partito”.
Inizialmente anche l’esperto di paleoastronomia Enrico Calzolari ha ipotizzato che la piramide di Falicon potesse essere attribuita a un movimento ideologico neo-templare di stampo massonico, poi, venendo a conoscenza dell’allineamento Falicon-Tarquinia-Argos, ha inserito le coordinate di Falicon nella carta del Mediterraneo (43° 45’ N - 07° 16’ E) ed ha scoperto che “il punto viene a coincidere con la bisettrice del triangolo isoscele che è formato dal trilite sormontato da losanga rinvenuto nel Lozère (Francia), dal trilite sormontato da losanga di Niolu (Corsica) e dal quadrilite sormontato da losanga di San Lorenzo al Caprione (La Spezia). Dopo di che ho tracciato in carta la linea Falicon-Roma ed ho avuto la seconda sorpresa. Continuando la tracciatura la linea ha raggiunto Atene-Paphos-Sidone (Tyro). Troppe coincidenze per poter accettare che la piramide di Falicon sia stata costruita nell’Ottocento. Occorrerà approfondire”. L’allineamento Falicon-Tarquinia-Argos, citato da Calzolari, è uno degli elementi della più sorprendente tra le teorie avanzate circa l’origine della piramide ovvero quella che vuole gli etruschi costruttori dell’enigmatico monumento. Ad affermarlo è Charles Lebonhaume, il quale espone la sua idea nel ‘Le grand livre des pyramides’ riportando una serie di indizi che però non trovano riscontri storici. Gli etruschi infatti non costruivano piramidi ed edificavano ‘a secco’. Secondo l’etruscologo Giovanni Feo l’ipotesi proposta dall’autore poggerebbe solo su basi tecniche, “mancano prove concrete, non potendo reggersi l’ipotesi solo su un toponimo (Falicon = Falisci*), peraltro molto comune, e su un “allineamento” che andrebbe valutato e spiegato più approfonditamente. Certo, gli Etruschi portarono anche nella Gallia celtica saperi, conoscenze e scrittura, ma ancora non si sa nulla su di una possibile presenza etrusca nella regione di Falicon. Il significato e l’origine della piramide francese restano dunque ancora da svelare.” Da svelare è anche l’enigma di una svastica che negli anni ‘20 sarebbe stata asportata a colpi di scalpello dal frontone del portale situato nella facciata rivolta a est della piramide. La svastica, segno sacro di Manu (l’egizio ‘Mina’ o ‘Menes’, il celtico ‘Menw’, il greco ‘Minos’ e il romano ‘Numa’), era anche il simbolo di un antico popolo dell’India, gli Jain, e l’attuale frazione di Gaina, il sito più antico della zona ove sorge la piramide e il più vicino ad essa, in passato era chiamata proprio Jain o Jaina, toponimo che troviamo citato in uno studio sui castelli di Falicon di Edmond Rossi, esperto di storia ed etnologia regionale. Secondo il già menzionato Charroux potrebbero essere stati proprio i Jainisti ad edificare la piramide di Falicon nel corso delle loro migrazioni, in epoche remote, verso l’Europa e l’America del Sud, dove avrebbero costruito altre piramidi, anche se in realtà sarebbe più appropriato parlare di stupa, monumenti religiosi tipici dell'Asia sud-orientale che solitamente presentano una torre a forma di cono.

UNA PIRAMIDE.... TEMPLARE?


Pierre Bodard dell’IPAAM (Istituto di Preistoria ed Archeologia delle Alpi Marittime) indica come unico segno inciso sulla piramide una A, visibile sul rivestimento della facciata sud, e definisce “incrostazioni e fessure naturali” presunte svastiche, croci ed addirittura una figura umana, identificata da alcuni con il Baphomet dei Templari, che sarebbe scolpita nella grande stalagmite della grotta sottostante. Tesi contestata da Douzet, per il quale “non ci vuole una laurea in archeologia” per constatare che certe stalattiti e stalagmiti furono appositamente ritoccate per far sì che, illuminate in una certa maniera, potessero dar vita a particolari figure: ciò farebbe propendere per l’ipotesi che nella grotta si riunissero i seguaci di un culto solare, capaci di calcolare con precisione quando l’astro avrebbe proiettato i propri raggi su determinate parti. L’affermazione di Douzet circa la figura umana scolpita nella stalagmite evoca un intrigante passo de Il tesoro dei templari. Le ricchezze nascoste’ di Franjo Terhart: “Su una collina a nord di Nizza, sorge in un fondo privato un edificio alquanto insolito. Gli abitanti locali lo chiamano da secoli la ‘piramide di Falicon’; di essa si dice che fu eretta dai Templari e sia collegata da un camminamento sotterraneo a un antico monastero dell’Ordine (...) non è una piramide molto alta; la cavità interna raggiunge però notevoli profondità. Su uno dei suoi muri qualcuno disegnò nel XIII secolo una testa di Bafometto, un volto barbuto e cornuto che somiglia per certi tratti a quello di Saint-Merri di Parigi. Le corna potrebbero essere in realtà anche piante o foglie: l’immagine è troppo indistinta per poterlo affermare con sicurezza”. La scoperta, nei pressi della grotta, di una galleria collegata ad un pozzo viene citata anche da Brosch il quale, basandosi su una leggenda, narra che i cavalieri rossocrociati, occupanti la vicina bastia, sarebbero stati a conoscenza del sotterraneo: questo avrebbe condotto ad una sala dove i cavalieri avrebbero sepolto un bottino. Dopotutto già nel 1970, lo scrittore Maurice Guinguand aveva ipotizzato che la piramide fosse stata edificata nel XIII secolo ad opera di una organizzazione patrocinata dai Templari o di affiliazione templare ma le sue teorie vennero rigettate dal mondo scientifico. Se per Edmond Rossi la piramide “non è opera dei Templari, benché durante il medioevo essi abbiano frequentato la regione” per Pierre Bodard non è storicamente dimostrabile che l’Ordine avesse dei possedimenti nella zona. Da segnalare, tuttavia, che nell’ottocentesco ‘Viaggio nella Liguria Marittima’ viene ricordata una Fontana del Tempio posta “nell’indirizzamento medesimo” della grotta di Montecalvo, che avrebbe preso il nome dai “... Templarj, ossia Cavalieri del Tempio, i quali ebbero un ostello in questo delizioso recesso. Della chiesa loro rimangono in una villa alcune vestige”.

IL TEMPIO DEL DIO MITRA


Ogni datazione della piramide impallidisce di fronte a quella fornitaci da Etienne Gotteland, patriarca, occultista e fondatore della setta ‘Universitalità Pratica’, stabilitosi a Falicon nel 1922. Basandosi su dati tradizionali e complicati calcoli basati sulla processione degli equinozi e la rotazione terrestre giunse a concludere che l'età della piramide è di 4.335 anni.
Bodard, nel 1970, ‘ringiovanisce’ la piramide di molti secoli in base al ritrovamento di alcune steli funerarie nell’area circostante il monumento e al fatto che da lì partiva l’acquedotto che alimentava Cemenelum (Cimiez), ipotizzando che la piramide facesse parte di un più vasto complesso di origine gallo-romana. Ma ancora più significativa è la notizia, riportata nello stesso anno dal dott. Cheveneau, membro eminente dell’IPAAM, che, nel IV secolo, a Cimiez fosse stanziata una legione proveniente da Alessandria d’Egitto. Il rinvenimento tra Cimiez e Falicon di tombe e sarcofagi romani decorati con teste di toro e con il gladio e la croce, simboli associati a Mitra, divinità solare e petrogenita (nata cioè dalla roccia) di origine iranica, il cui culto iniziatico e misterico si era ampiamente diffuso nell’Impero Romano, soprattutto tra i soldati, ha fatto supporre che i legionari di Cimiez fossero adepti del dio. Questo porta ad una intrigante possibilità ovvero che i soldati avessero adibito la vicina grotta di Montecalvo a loro luogo di culto, considerando anche il clima particolarmente temperato all’interno della prima sala, e contrassegnato il tempio con il monumento più rappresentativo del loro paese di provenienza ovvero una piramide, costruita, come afferma Edmond Rossi, da autentici egiziani alquanto lontani dal loro paese.
I santuari in onore di Mitra erano solitamente ricavati in ambienti sotterranei, come specifica l’esperto di culto mitraico, M. Vermaseren,: “La grotta simboleggia la volta celeste. L’idea dominante è quella di rappresentare il dio Mitra tauricida in una grotta (...) Spesso il tempio era orientato verso levante per permettere ai primi raggi del sole di penetrare da una finestra o da un’apertura praticata nella volta e colpire direttamente l’effige del dio” Inoltre “La cifra 7 trova nel culto di Mitra un significato dominante. Certi rilievi delle regioni danubiane rappresentano 7 cipressi (alberi solari) alternati a 7 pugnali ricoperti da un berretto frigio. A Doura 7 scalini portano alla nicchia rituale”. Charroux, nel suo libro, accenna alla presenza di un altare iniziatico sul lato est della grotta principale “che conserva ancora 7 gradini di accesso, scolpiti nella roccia. Gli unici gradini che Rossetti descrive nella sua opera sono però posteriori alla scoperta della grotta stessa. Egli rivela che il piano inclinato che conduce alla sala principale “si è fatto scalpellare e ridurre a comodi gradini altrimenti si correrebbe pericolo di sdrucciolare e di precipitare poi dentro il primo salone”. In effetti, in una incisione del 1814 di Louise Bouquet, si vedono chiaramente degli scalini, la cui funzionalità, a dire il vero, sembra essere piuttosto dubbia: perché prendersi la briga di scavarli nella nuda roccia quando, per scendere e salire, sarebbero state comunque necessarie scale e corde? Douzet trova improbabile la teoria secondo cui i gradini sarebbero stati scolpiti per facilitare la discesa dei visitatori, anche alla luce del fatto che la prima alzata misura ben 2 metri e richiederebbe un vero e proprio “passo da gigante”!
Infine, colpisce il fatto che tra gli animali simbolicamente collegati all’antica religione mitraica ci fossero il toro ed il cane e che Rossetti, descrivendo le numerose “concrezioni” che ornano la grotta, menzioni “forme qua e là sparse, rappresentanti o una testa di bue o di un cane o di qualunque animale o mostro che possono essere in natura”. Nuovamente bizzarrie della natura, come afferma Bodard, o opere create dall’uomo?
Ci preme sottolineare che l’ipotesi della piramide edificata dai soldati di Cimiez sopra un tempio mitraico non ha nulla a che vedere con quella, riportata in molti siti web, blog e forum, che vuole la piramide essere la tomba di un antico condottiero di probabile origine egizia, poiché trattasi di uno “scherzo” candidamente confessatoci dall’autore.

UNA SECONDA PIRAMIDE NELLA GROTTA DI MONTECALVO?

Un’ultima, incredibile notizia, tratta dal libro di Charroux.
Calandosi in “un pozzo tenebroso” in fondo alla prima grotta, che Rossetti non era riuscito ad esplorare per mancanza di mezzi, si giungerebbe in un’altra caverna dove si ergerebbe una seconda piramide di ben dieci metri d’altezza, “costruita con grossi blocchi di roccia caduti dalla volta o dalle pareti della caverna, oppure qui trasportati dalla sala superiore mediante la dura fatica di uomini rimasti sconosciuti”. Leggendo il poema di Rossetti, però, ci accorgiamo che il pozzo si trova nella seconda e non nella prima sala e viene spontaneo chiedersi se la grotta citata da Charroux non sia in realtà la seconda caverna scoperta da Rossetti, il quale la descrive con una volta a foggia di cappuccio “che finisce con una punta aguzza”: una forma, pertanto, vagamente piramidale! È comunque importante segnalare che nel XX secolo si era fatta strada la convinzione che la grotta di Montecalvo avesse un terzo livello dove nessuno ancora si era avventurato, in considerazione del fatto che Rossetti, dopo aver gettato alcune pietre nel pozzo suddetto, aveva udito un rumore “cupo, debole e simile a quello di un corpo caduto in mezzo alle acque”.


* Popolo originario di Falerii, una delle dodici città principali dell'Etruria che costituirono per lungo tempo una potente alleanza nel Mediterraneo occidentale e nel Mar Tirreno


BIBLIOGRAFIA

‘LA GROTTA DI MONTE-CALVO’ di DOMENICO ROSSETTI
LEGENDES ET CHRONIQUES INSOLITES DES ALPES MARITIMES. COLLECTION «MEMOIRES DU SUD» di EDMOND ROSSI
‘IL LIBRO DEI MAESTRI DEL MONDO’ di  ROBERT CHARROUX
‘LE GRAND LIVRE DES PYRAMIDES’ di CHARLES LEBONHAUME
‘VIAGGIO NELLA LIGURIA MARITTIMA di DAVIDE BORTOLOTTI
‘FALICON, PYRAMIDE TEMPLIERE OU LA RATAPIGNATA’ di MAURICE GUINGUAND
BIOGRAFIA DEGLI UOMINI ILLUSTRI DEL REGNO DI NAPOLI, COMPILATA DA DIVERSI LETTERATI NAZIONALI. Tomo IV
LA MYSTERIEUSE PYRAMIDE DE FALICON di HENRI BROCH
VOYAGE AUX ALPES MARITIMES  di EMILE FODERE
IL TESORO DEI TEMPLARI. LE RICCHEZZE NASCOSTE’ di FRANJO TERHART