martedì 29 maggio 2012

L’ABBAZIA DI VALVISCIOLO

L’abbazia dei Santi Pietro e Stefano di Valvisciolo 1, ubicata nelle vicinanze di Sermoneta in provincia di Latina, è tappa essenziale di un itinerario che si dipana tortuoso tra i miti e le leggende sorte attorno al controverso Ordo Militum Templi.
Il fatto che sulla storia di Valvisciolo pesino ancora molte incertezze per mancanza di documenti non fa che accrescere l’alone di mistero che circonda il complesso abbaziale, che si erge austero in un idilliaco paesaggio di uliveti e vigne. Fondato da monaci, probabilmente basiliani, esso sarebbe poi passato ai Templari, che si sarebbero occupati del suo restauro, ed infine ai Cistercensi, che, come ben sappiamo, erano legati ai Poveri Cavalieri di Cristo tramite Bernardo di Chiaravalle. Alla luce del fatto che dopo lo scioglimento dell’Ordine del Tempio alcuni dei suoi membri si sarebbero aggregati ad altre comunità monastiche, tra i Cistercensi di Valvisciolo vi potrebbero essere stati alcuni dei Templari che avevano in precedenza occupato l’abbazia ma purtroppo queste restano soltanto delle ipotesi non essendoci notizie scritte che possano fare chiarezza sui vari passaggi.
Scolpita nello splendido rosone della chiesa è stata ritrovata, qualche anno fa, una croce patente, ma per alcuni studiosi questa non costituirebbe la prova certa che appartenenti all’Ordine del Tempio siano vissuti, per un certo periodo, a Valvisciolo, poiché croci di questo tipo sono state rinvenute in altre abbazie, come quella di Casamari, in cui non è mai stata dimostrata una presenza templare. Ciò che questi studiosi non considerano è il fatto che l’Abbazia di Valvisciolo sia un vero e proprio scrigno di simboli arcani, molti dei quali facenti parte del “repertorio” dei monaci-guerrieri.
Ma andiamo per ordine ed iniziamo a descrivere il complesso abbaziale che appare spoglio, con pietre a vista, nel pieno rispetto dei canoni dei Cistercensi che non prevedevano orpelli architettonici poiché ritenuti futili ai fini spirituali. Nella loro Regola è infatti precisato che i monasteri dovevano essere organizzati in maniera funzionale, in modo da potervi trovare lo stretto necessario ovvero “acqua, un mulino, un orto e reparti per le varie attività, così che i monaci non debbano girovagare fuori: ciò infatti non reca alcun vantaggio alle loro anime”. È pertanto evidente che disciplina e rigore contraddistinguessero la vita quotidiana dei religiosi.
La chiesa ha una facciata a capanna composita su cui spiccano una finestrella rotonda e, al di sotto, un gigantesco rosone a dodici raggi, i quali, uniti tra loro da semicerchi, formano i petali di una rosa. Eviterò di dilungarmi sul numero dodici e sul cerchio in quanto ne ho già discusso in precedenza, mentre per quanto riguarda la rosa illuminanti sono le parole dello scrittore Umberto Eco: La rosa è una figura simbolica così densa di significati da non averne quasi più nessuno2. Centro mistico, simbolo delle nozze alchemiche, espressione di perfezione, emblema femminile per antonomasia associato ad Iside, Venere e alla Vergine Maria: questi sono soltanto alcuni esempi. Basti pensare che i significati cambiano di volta in volta a seconda del numero dei petali e del colore.
L’architrave del portale presenta, sui peducci, semplici decorazioni tra cui una figura umana che ricorda un orante: nell’iconografia cristiana l’orante rappresenta l’anima del defunto in preghiera ed, al tempo stesso, il desiderio di elevazione da parte dell’uomo, ma nel caso di Valvisciolo, le braccia, solitamente tenute sollevate verso il cielo, sono invece abbassate verso terra, quasi a voler trarre sostentamento e ricercare il legame perduto con essa. C’è anche una crepa che niente ha a che vedere con l’incuria umana o con l’inclemenza del tempo poiché essa è legata ad una leggenda medievale secondo cui, alla morte del Gran Maestro dei Templari, Jacques de Molay, avvenuta nel 1314, le architravi delle chiese dell’Ordine si sarebbero spezzate, compresa appunto quella dell’abbazia di Valvisciolo.
La lunetta sopra il portale è affrescata con la Vergine ed il Bambino, Santo Stefano, riconoscibile dai segni del martirio, ed un altro santo non ben identificabile, forse San Benedetto, mentre nell’intradosso dell’arco una mano benedicente accoglie il visitatore prima che questi varchi la soglia della chiesa. Quest’ultima opera, purtroppo, non è in buone condizioni, tuttavia sono ancora visibili, oltre la mano, quelli che sembrano due fiori stilizzati, che hanno immediatamente attirato la mia attenzione. Nell’affascinante saggio intitolato “Le Grotte, i Cavalieri, le Logge3 compare la foto di un affresco rinvenuto, durante i lavori di restauro, nell’intradosso dell’arco di una antica porta ubicata sul lato nord del Battistero della città di Osimo: si tratta di una croce templare e gruppi di stelle, che per la forma particolare ricordano i “fiori” di Valvisciolo e che secondo lo studioso ed esperto in simbologia medievale, Fabrizio Bartoli, potrebbero far parte di un codice segreto utilizzato dai Cavalieri dell’Ordine.
All'interno, la chiesa di Valvisciolo rispecchia la sobrietà dell’esterno: non molto ampia, con pilastri rettangolari poco slanciati e piuttosto massicci e pareti prive di affreschi. A sud di essa sono ubicati gli altri ambienti, che si articolano, come in ogni abbazia cistercense, attorno al chiostro quadrangolare, che costituisce, a mio avviso, la parte più interessante dell’intero complesso. È qui, infatti, che si ha la maggiore concentrazione di simboli.
Sulle pareti - soprattutto su una porzione d’intonaco originale della parete ovest - sulle colonnine e sul muretto perimetrale che circondano il giardino centrale, si trovano incisi, a volte semplicemente graffiti, spirali, quadrati, triplici cinte, stelle polari e nodi di Salomone. Un nodo molto grande, si trova, scolpito in rilievo, sotto la chiave di volta dell’antico refettorio posto sul lato sud del chiostro: la scelta di raffigurarlo nella sala in cui l’intera comunità si riuniva per consumare i propri pasti rivela come questo simbolo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, avesse per i monaci una particolare valenza spirituale. Lo stesso discorso vale per la triplice cinta, che a Valvisciolo compare per due volte, e per il “centro sacro” 4. La triplice cinta, figura risalente alla preistoria, è costituita da tre quadrati, posti uno dentro l’altro, e sembra abbia ispirato il famoso gioco del “filetto” che troviamo solitamente sul retro delle scacchiere 5. La presenza di questo simbolo in chiese ed abbazie, come nel caso di Valvisciolo, è stata dunque spiegata come una forma di svago per monaci annoiati, ma non è stato considerato il fatto che esso è spesso inciso su pareti verticali o in posizioni scomode, come ad esempio sui gradini di scale, e che esiste anche in versione circolare. Data la sua diffusione, questa figura ha dato origine ad una miriade di speculazioni per fortuna meno semplicistiche di quella appena menzionata: rappresentazione dei tre gradi di iniziazione esoterica (Renè Guenon), raffigurazione del Mondo terrestre, del Mondo degli astri e del Mondo divino (Louis Charbonneau-Lassay), emblema della Trinità cristiana, talismano magico-protettivo, percorso iniziatico o landmark usato per contrassegnare zone particolarmente energetiche 6. Per quanto concerne invece il cosiddetto “centro sacro”, questo è formato da uno o più quadrati nei quali sono iscritti otto (numero dell’infinito) raggi 6 ed è possibile che derivi dalla triplice cinta.
Tra tutti questi affascinanti simboli si distingue il palindromo SATOR 7, su cui è d’obbligo spendere qualche parola anche se, per la complessità dell’argomento, esso meriterebbe una trattazione a parte.
Il SATOR o quadrato magico ha come caratteristica il fatto di essere composto da parole che possono essere lette indifferentemente dall’alto verso il basso, dal basso verso l’alto, da destra verso sinistra e da sinistra verso destra.






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Le parole sono latine ad eccezione della seconda, Arepo, che non compare in alcun vocabolario e che è stata interpretata come un nome proprio o spiegata con il termine di origine celtica àrepos, che significa "carro". Nel primo caso avremmo dunque «Il seminatore Arepo o Arepone tiene con cura le ruote» mentre nel secondo caso «Il seminatore, con o sopra il carro, tiene con cura le ruote». Entrambe queste “criptiche” traduzioni sembrano avere carattere religioso, dove il seminatore è in realtà Dio che vigila sul suo operato, ovvero sul mondo, e se per alcuni il SATOR è semplicemente un crittogramma utilizzato dai primi cristiani come segno di riconoscimento durante le persecuzioni di Roma, in quanto, spostando alcune delle lettere che lo compongono, si ricavano una croce e le parole PATERNOSTER, è altrettanto vero che le lettere possono essere combinate in così tanti modi da ottenere, di volta in volta, soluzioni sempre diverse, fra cui una invocazione satanica, che di religioso ha veramente poco!
Malgrado gli sforzi interpretativi di numerosi studiosi il contenuto del “quadrato magico” rimane tutt’ora un enigma; possiamo però affermare con certezza che il SATOR ebbe, per i popoli del passato, una grande importanza, dato che è stato rinvenuto in un numero vastissimo di siti archeologici, in varie parti d’Europa.
Il SATOR di Valvisciolo, tuttavia, si discosta dagli altri esempi in quanto le cinque parole che lo compongono non sono racchiuse in un quadrato bensì sono distribuite all’interno di cinque cerchi concentrici dal cui centro si dipartono cinque raggi che dividono la figura in altrettanti settori. Lo stesso disegno ad anelli, di dimensioni maggiori e privo di lettere, compare sul muro di sinistra del passaggio che conduce al chiostro. È palese che l’autore o gli autori abbiano voluto porre una particolare enfasi sul cinque che è numero sacro per eccellenza, tanto da essere alla base di molte figure geometriche “esoteriche” come, ad esempio, il pentacolo. Per la Cabala ebraica il cinque è un numero chiave, rappresentando infatti i vari livelli dell’anima, da Nefesh, l’anima inferiore legata al corpo fisico, a Yechidà, l’anima indissolubilmente unita con Dio. Se consideriamo che il misticismo ebraico ebbe, nel XIII secolo, terreno particolarmente fertile in Francia, che nelle credenze dei Templari vi erano probabilmente elementi di tradizione ebraica e che incisioni formate da cerchi concentrici, simili a quelle di Valvisciolo, sono state scoperte in edifici templari e a Royston, in Inghilterra, in una grotta dove i Cavalieri avrebbero tenuto riunioni segrete, ecco che si viene a creare un quadro generale in cui i membri dell’Ordine si collocano alla perfezione. Bianca Capone 8 aggiunge un tassello essenziale a questo intricato puzzle: analizzando i vari siti in cui il SATOR è stato riportato alla luce, la studiosa ha rilevato che molti di questi furono di proprietà dei Templari, ed è pertanto giunta alla conclusione che il SATOR sia stato utilizzato dai monaci-guerrieri per contraddistinguere “luoghi particolari”. Se le evidenze sembrano essere a favore dell'ipotesi secondo cui sarebbero stati i Cavalieri del Tempio a tracciare alcune delle enigmatiche incisioni sulle pareti dell’Abbazia di Valvisciolo resta comunque da individuare la vera ragione per cui i Cavalieri avrebbero adottato a Valvisciolo il simbolo del SATOR circolare. Riprendendo la tesi di Bianca Capone, possiamo formulare a nostra volta delle ipotesi:
1) Per segnalare che a Valvisciolo erano celati degli oggetti particolarmente preziosi?
Tra le numerose storie che circolano sui Templari c’è quella secondo cui, prima del famoso arresto in massa dei Cavalieri, sarebbero stati approntati tre convogli con il tanto favoleggiato tesoro dell’Ordine: un convoglio si sarebbe recato verso il porto de La Rochelle, uno verso la Linguadoca e l’altro verso l’Italia. I cavalieri diretti in Italia si sarebbero fermati prima in Liguria e poi nel Lazio, esattamente presso i loro confratelli di Valvisciolo. Questa tradizione sarebbe coerente con una leggenda che vuole che nei sotterranei dell’Abbazia sia stato un tempo nascosto parte del tesoro del Tempio, di cui avrebbero fatto parte il Santo Graal e l’Arca dell’Alleanza. Il cerchio viene spesso utilizzato per rappresentare la caverna o una qualunque cavità sotterranea.
2) Per indicare che a Valvisciolo erano custoditi i segreti della conoscenza templare?
Osservando con attenzione il SATOR di Valvisciolo, viene spontaneo pensare alla descrizione che il filosofo Platone fa della mitica Atlantide. Nel Crizia leggiamo che nel centro dell’isola atlantidea, in una vasta pianura, si ergeva una collina, che il dio Poseidone “rese ben fortificata” e “la fece scoscesa tutt'intorno, formando cinte di mare e di terra, alternativamente, più piccole e più grandi, l'una intorno all'altra, due di terra, tre di mare, come se lavorasse al tornio”. La figura che otteniamo, in base alla narrazione del filosofo greco, è proprio un insieme di cerchi concentrici. A ciò dobbiamo aggiungere il fatto che il continente atlantideo sarebbe stato un centro sapienziale, abitato da una razza molto evoluta. La pianta di Atlantide, dunque, potrebbe essere stata simbolicamente collegata alla Conoscenza. Senza tuttavia scomodare il mitico continente, il SATOR circolare assomiglia al disco solare, adorato e considerato da tutti i popoli antichi portatore di saggezza.
3) Per segnalare che nella zona su cui è sorta l’Abbazia l’energia tellurica è particolarmente avvertibile?
In effetti, nel caso del SATOR di Valvisciolo, i raggi che partono da centro potrebbero simboleggiare la forza irradiante proveniente dalle profondità della terra. Ciò confermerebbe che i Cavalieri Templari fossero adepti del culto della Grande Madre. Ma possiamo anche ricollegarci alla leggenda, citata in precedenza, che vuole che sotto l’abbazia siano stati custoditi il Graal e l’Arca dell’Alleanza, entrambi oggetti di grande potere emananti luce ed energia.
Per finire, il SATOR circolare ricorda, per la sua forma, un labirinto, un emblema che ritroviamo tra le decorazioni di alcune famose cattedrali gotiche come quella di Chartres in Francia e anche nelle pagine di alcuni testi alchemici e che simboleggia il faticoso e difficile percorso che il fedele deve intraprendere per potersi avvicinare a Dio.
Devo tuttavia ammettere che, nel momento in cui ho visto il SATOR di Valvisciolo, ho avuto la netta sensazione di trovarmi davanti ad un pentagramma musicale completo di note (le lettere del SATOR): la mia mente, infatti, ha spontaneamente ricollegato questa misteriosa figura al signum della influente famiglia Farnese, costituito da un albero tra le cui fronde spicca un curioso pentagramma circolare contenente note musicali che devono essere lette in chiave “ermetica” (In terra nostra flores apparuerunt, Romulado Luzi, Bonafede Mancini). Dopotutto non è nuova l’ipotesi che i Templari utilizzassero particolari codici musicali e a questo proposito rimando al capitolo sulla Cappella di Rosslyn.
A questo punto il lettore si sarà reso conto che non basterebbe un intero libro per descrivere e spiegare la complessa simbologia di Valvisciolo che, di certo, non fu tracciata a scopo ludico ma sembra piuttosto voler comunicare, in forma codificata, concetti che, per qualche motivo, dovevano rimanere segreti. L’impressione che nell’abbazia siano disseminati degli indizi è ulteriormente rafforzata dalla presenza di elementi che appaiono “fuori posto”, come una lucertola 9 scolpita alla base di una delle colonnine del chiostro o un piccolo volto abbozzato sullo stipite di una porta, che difficilmente possono essere considerati il frutto di un artista capriccioso.
La cosa si fa ancora più intrigante quando scopriamo che le mura esterne dell’abbazia presentano a loro volta dei segni, che purtroppo sono stati quasi cancellati dalle intemperie. Data la loro posizione, essi sembrano essere stati incisi con l’obiettivo di risultare visibili a chi passava nelle vicinanze dell’edificio. Di nuovo viene spontaneo pensare a dei messaggi criptici – forse degli avvertimenti, forse dei contrassegni - lasciati per qualcuno che era in grado di comprenderne il significato. Va a questo punto sottolineato che molti dei simboli descritti in queste pagine sono identici a quelli ritrovati graffiti sulle pareti della fortezza di Chinon, in Francia, in cui furono tenuti prigionieri il Gran Maestro templare Jacques de Molay ed il precettore di Normandia Goeffrey de Charney. Questo potrebbe non solo confermare l’esistenza di un codice segreto templare ma anche che i Templari furono un tempo stanziati a Valvisciolo.


Per approfondire…


1 L’origine del nome è incerta: potrebbe infatti derivare dal latino Vallis Lusciniea - valle dell’usignolo - o da Valle delle Visciole. La visciola è una qualità di ciliegia selvatica da cui si ottiene un ottimo vino ed altri prodotti alimentari.

2 Il nome della Rosa, Ed. Bompiani 1980.

3 Roberto Mosca, Angelo Renna, Osimo edizioni, pagina 22.
Osimo è nota per le sue gallerie e grotte scavate nel tufo che, poste su diversi piani, costituiscono una labirintica città sotterranea che si estende per parecchi chilometri. Un censimento parziale svolto negli anni ‘80 ha rilevato 88 tra grotte e nicchie e almeno un centinaio di pozzi.
Sulle pareti dei sotterranei vi sono dei bassorilievi o più semplici incisioni: è possibile ammirare alcune di queste opere nel tratto che è stato da poco aperto al pubblico, che, posto al di sotto di un antico convento francescano, mostra simboli tipicamente religiosi come croci e misteriose figure di frati i cui volti sembrano essere stati volutamente cancellati.
Le grotte di Palazzo Campana, in pieno centro storico, presentano stupefacenti bassorilievi rappresentanti personaggi tratti dalla mitologia pagana come Venere, Mitra, Bacco, mentre altri potrebbero essere d’ispirazione alchemica come una curiosa figura a due teste con coda di scorpione; altri ancora sfidano la comprensione umana con la loro oscura simbologia. Tutto questo sembra alludere ad un preciso itinerario esoterico ed è stato ipotizzato che all’interno di queste cavità si riunisse un Ordine iniziatico per svolgere cerimonie segrete.
Nelle grotte Simonetti sono ben visibili una Triplice Cinta scolpita nell’arenaria, considerata da Alfonso Rubino, noto studioso di geometria sacra, “la migliore sia al punto di vista geometrico che artistico”, e due croci ad otto punte, che non possono che rimandare ai Cavalieri Templari. Sotto via Matteotti c’è una delle grotte più interessanti, forse un antico mitreo romano, con bassorilievi di epoche diverse; in un corridoio, una piccola testa è stata identificata come il famoso Baphomet.
Ad Osimo esisteva una precettoria templare, considerata il più importante possedimento dell’Ordine nella regione. Inoltre i Templari osimani contavano tra i loro beni anche numerosi mulini e terreni. Potrebbe pertanto non essere campata in aria l’ipotesi che il misterioso Ordine che utilizzava i sotterranei di Osimo per i suoi riti di iniziazione fosse proprio quello dei Cavalieri Templari.

4 Molti dei simboli presenti a Valvisciolo sono stati ritrovati anche nella vicina Sermoneta, sui muri di alcune case del centro storico e di alcune chiese.
Incise sui gradini, sulle pareti e su una pietra del giardino della sagrestia della Cattedrale di Santa Maria Assunta (XII secolo) figurano alcune triplici cinte, croci patenti ed un centro sacro: un tale raggruppamento farebbe pensare che la chiesa o addirittura l’intero quartiere circostante fossero in passato di proprietà dei Templari che, dal 1162 al 1312, ebbero sede nel Convento di San Francesco; il convento era in origine un fortilizio che, dopo lo scioglimento dell’Ordine, passò ai frati francescani. Nella chiesa di San Michele Arcangelo (XII secolo) alla triplice cinta si aggiungono alcune stelle a cinque punte, che sono state rinvenute nel vicolo che porta fino all’edificio.
È curioso che sia la Cattedrale sia la chiesetta di San Michele siano sorte sui resti di due antichi templi pagani, con molta probabilità dedicati a Cibele e Maia, importanti divinità femminili legate alla Natura e alla Terra. Questo non farebbe che confortare la teoria secondo cui i Templari avrebbero creduto nella sacralità della Terra e nell’energia che da essa potevano derivare. A questo riguardo ci vengono nuovamente in aiuto le trascrizioni degli interrogatori che si svolsero a Firenze contro alcuni membri dell’Ordine, da cui apprendiamo che i Templari calpestavano la croce per trarne energia vitale” (per riferimenti vedi il capitolo su San Galgano). Siamo perciò nuovamente di fronte alla possibilità che i cavalieri del Tempio praticassero un culto naturalistico, di possibile ispirazione celtica, e a proposito di Celti è interessante notare che il magnifico borgo di Sermoneta ha una particolare struttura a spirale e che la spirale, in quanto rappresentazione dell’universo, era un motivo molto ricorrente nell’arte di questo popolo: poiché non esistono notizie precise sulle origini di Sermoneta c’è da chiedersi se una popolazione di origine celtica abbia vissuto in questo territorio, lasciando in eredità le proprie tradizioni e la propria simbologia.

5 Trovo significativo il fatto che un simbolo così complesso come quella della Triplice Cinta compaia associato alla scacchiera.
Formata da otto righe e otto colonne (l’otto oltre ad essere il numero dell’infinito è anche quello della conoscenza) di caselle bianche e nere, la scacchiera esprime la dualità, l’opposizione e la complementarietà dei principi: positivo e negativo, luce e oscurità, giorno e notte, maschile e femminile, e così via. Ma la scacchiera (e il quadrato in generale) corrisponde anche alla Terra, su cui l’uomo - il pedone - si muove a fatica tra le forze del Bene e del Male, cercando di superare gli ostacoli e di sopravvivere agli attacchi dei suoi “nemici” per dare infine scacco matto (dal grido persiano shah mat, il re è morto o sotto assedio). In questo modo egli si sostituisce al Re ottenendone lo status divino: nell’antichità, esisteva infatti il concetto che la regalità fosse un dono diretto di Dio. Siamo perciò di fronte alla concezione alchemica secondo cui l’essere umano può ritrovare e realizzare la sua essenza divina dopo aver portato a termine un determinato percorso.
La scacchiera - proprio come la Triplice Cinta - la possiamo trovare raffigurata in alcuni edifici religiosi, ad esempio nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, nel Duomo di Crema (CR), nel Duomo di Otranto (LE), nella Pieve di Sant’Agata a Scarperia (FI) e nella Pieve di S. Paolo Apostolo a Vico Pancellorum (LU).

6 Per approfondire l’argomento rimando al saggio di Marisa Uberti e Giulio Coluzzi, I luoghi delle Triplici Cinte in Italia. Alla ricerca di un simbolo sacro o di un gioco senza tempo?

7  Al momento uno dei SATOR più antichi è quello inciso su una colonna della Grande Palestra di Pompei. Tra i vari luoghi in cui il SATOR è stato ritrovato in Italia c’è la Collegiata di Sant'Orso ad Aosta, il Duomo di Siena, la Pieve di San Giovanni a Campiglia Marittima (Livorno) e la Certosa di Trisulti a Collepardo (Frosinone). Nella Pieve di Campiglia, scolpita all’interno della monofora della cappella di destra, è presente una figura umana, purtroppo priva di volto, che rappresenterebbe un contadino intento a spargere semi: potrebbe pertanto essere il misterioso “seminatore” citato nel SATOR.

8 B. Capone, L. Imperio, E. Valentini, Guida all'Italia dei templari. Gli insediamenti templari in Italia, Edizioni Mediterranee, 1997.

9 Un altro SATOR è raffigurato in un dipinto che si trova nel corridoio che conduce all’antica farmacia della certosa di Trisulti, a Collepardo in provincia di Frosinone.
La certosa fu costruita nel 1204 nei pressi di una abbazia benedettina e fu affidata prima ai Certosini ed infine ai Cistercensi di Casamari.
Purtroppo del complesso originario rimane ben poco in quanto fu completamente ristrutturato nel Seicento e nel Settecento e mostra pertanto una architettura barocca.
L’affresco con il SATOR fu realizzato, nel 1860 circa, dal pittore, filosofo ed esoterista napoletano Filippo Balbi. L’opera è piuttosto enigmatica in quanto raffigura il busto di un personaggio mitologico dalle inquietanti sembianze diaboliche, tale Abante, che sfoggia una folta barba bianca, una fronte spaziosa cinta da tralci di vite ed il petto ricoperto in parte da una pelliccia su cui penzola una zampa di capra e sui è posato un ramarro. Sul piedistallo spiccano non solo le parole del SATOR ma anche uno strano verso in rima: “Ma il cambiar natura è impresa troppo dura”.
Il fatto che una lucertola o un ramarro compaia anche nell’Abbazia di Valvisciolo, esattamente nel chiostro dove si trova anche il SATOR circolare, fa pensare che non si tratti di una coincidenza.
Tornando ad Abante, secondo la mitologia greca esso fu trasformato dalla dea Demetra in una lucertola per aver osato beffeggiarla. Dal punto di vista cristiano la lucertola, in quanto animale che cerca la luce del sole, rappresenta simbolicamente il desiderio di salvezza da parte dell’uomo, ma, per lo stesso motivo, possiamo collegarla anche alla saggezza, alla vera conoscenza. Inoltre la lucertola ha un’altra caratteristica che non va sottovalutata: essa muta la propria pelle più volte l’anno e pertanto esprime appieno il concetto di morte e rinascita. Questo potrebbe spiegare il significato della misteriosa iscrizione in versi nell’affresco di Balbi. Resta tuttavia da capire l’associazione, nel dipinto di Trisulti e a Valvisciolo, con il SATOR.









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